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Alla scoperta dei fondali marini

7.08.2008

Brindisi è il mare più pescoso che io abbia mai incontrato nel mediterraneo. Sono stato in Grecia varie volte, in Sardegna e su secche lontane decine di miglia tra la Sicilia e la Tunisia, ma non ho mai incontrato l’abbondanza di pesce che popola il mare di Brindisi”. Estate e inverno, con il mare piatto o con il maestrale che fa spumare la cresta delle onde appassionati sub escono dal porto di Brindisi a pescare con minuscole imbarcazioni. Li pochi metri sotto il pelo dell’acqua si estende una enorme piattaforma rocciosa erosa dal moto ondoso e alle correnti. Massi strappati e appoggiati l’uno sull’altro formano anfratti, cunicoli e caverne dove il pesce trova rifugio. Tavolati di roccia apparentemente piatti, una volta scesi sul fondo, mostrano fessure strette e profonde piene di saraghi e orate. Enormi tane passanti formate da rocce appoggiate su un fondo sabbioso mostrano la luce attraverso una seconda apertura e traguardandole si possono vedere in controluce i pesci innervositi dall’intrusione che si muovono a scatti. Piccoli pesci: castagnole, zerri, alicette di pochi centimetri si muovono in spirali verticali tra il fondo e la superficie; una abbondanza di mangianza per i predatori che richiama dentici e ricciole ma anche palamite e tonni. Gli esemplari più grossi si avvertono anche a decine di metri di distanza: le poderose scodate necessarie ad inseguire i branchi di piccoli pesci che cambiano di continuo direzione nel tentativo di sfuggire alla morte producono sott’acqua un effetto sonoro simile ad una martellata o ad uno schianto.   La lingua sotto l’effetto del corposo e alcolico vino pugliese si scioglieva e avevo catturato l’attenzione di tutta la tavola. Ma se si osserva il comportamento del pesce, pontificavo alla mia piccola platea, si capisce anche quando i grossi predatori si stanno avvicinando: improvvisamente le spirali di piccoli pesci si schiacciano sul fondo e quello che sembrava un acquario in un istante si fa deserto. Arrivano velocissimi e affamati, come siluri argentati di due tre chili fino a venti, trenta ma al porto sono rientrati anche cacciatori professionisti con tonni di  quasi cento chili. Bisogna sparare precisi in testa o in un punto vitale altrimenti le prede più grosse strappano l’arpione e si perdono.
Uno dei miei amici più esperti racconta di quand’è stato trascinato per decine di metri da una enorme ricciola finchè non ha dovuto mollare la presa del fucile per tornare in superficie a respirare, perdendo così pesce e fucile. Si pesca in vari modi: cercando e sparando al pesce in tana o immobili e mimetizzati dietro una roccia facendo “l’aspetto” al pesce o con tecnica di agguato: una volta individuato l’obiettivo ci si porta a tiro di fucile subacqueo strisciando sul fondo e avvicinandosi lentamente senza allarmare il pesce. Sono stati i miei amici brindisini a insegnarmi queste tecniche, ad osservare i comportamento del pesce e a usare piccole astuzie per richiamare il pesce. Ma  non basta: è necessaria tanta pratica ed esperienza che io non posso avere per mancanza di tempo. Risultato: io porto a casa solitamente saraghetti di duecento grammi che presento orgogliosamente in famiglia e loro saraghi da oltre un chilo, orate e dentici di tre chili  e spesso anche grosse catture di dentici e ricciole con cui riforniscono i ristoranti locali di pesce freschissimo.

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